L'Italia punta sull'internazionalizzazione

Intervento del Ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, all'Assemblea generale di Confindustria del 29 maggio 2014.

Quando ho iniziato a ragionare sui contenuti del mio discorso ho cercato subito di escludere quello che tante volte mi aveva infastidito quando sedevo in platea per seguire il Ministro di turno. 

È riaffiorato il disagio provato in tante occasioni nell’ascoltare rappresentanti politici intenti a esercitarsi in una sorta di promozione del proprio operato e di quello del Governo. 

Ecco, io questo non lo farò. Non vi venderò elenchi e non compilerò pagelle. Siete perfettamente al corrente delle riforme approvate e conoscete benissimo il programma del Governo. Tutti voi avete gli elementi e la competenza per valutarli in piena autonomia. Come è giusto che sia.

Sono stata un’imprenditrice e tornerò ad essere un’imprenditrice, ma oggi sono qui in veste di Ministro del Governo e, per rispetto a voi e alle istituzioni che rappresento, intendo rimanere nei confini del mio attuale ruolo. 

Infine, eviterò di attribuire la responsabilità dei problemi italiani a fenomeni che sono fuori dal nostro controllo e dalla nostra responsabilità. La retorica degli alibi, secondo cui i nostri mali originavano dall’Europa, dalla Cina o dai complotti mondiali dei poteri forti, mi disgustava prima e continua a disgustarmi ora.

Il ragionamento che voglio condividere con voi è più di metodo e di prospettiva. Credo che in questa fase di grandi e necessari cambiamenti, abbiamo l’obbligo di interrogarci su quale possa e debba essere il nostro ruolo, su quale contributo dare al Paese in un momento così delicato ma anche ricco di opportunità. 

Ricco di opportunità perché nei prossimi anni ci troveremo di fronte a un’imponente crescita della domanda internazionale nei settori di nostra specializzazione. Una domanda che verrà soprattutto da paesi ormai non più emergenti ma pienamente emersi, che stanno completando il loro processo di trasformazione da economie di produzione a economie di consumo. 

Questo è il dividendo della globalizzazione che nessun paese più dell’Italia è in grado di ricevere. Da qui al 2030 turisti e consumatori raddoppieranno. Parliamo di circa ottocento milioni di persone affamate di prodotti, cultura e stile di vita italiani. 

Aumenterà soprattutto la domanda di beni di qualità, del cosiddetto “bello e ben fatto”. Quelli in cui l’Italia detiene una posizione di vantaggio, grazie alla vostra capacità imprenditoriale. 

Allo stesso modo aumenterà la possibilità per le nostre imprese di accedere ai nuovi mercati attraverso accordi bilaterali e multilaterali di libero scambio. Tra questi voglio ricordare l’accordo con gli USA, la più grande integrazione tra due aeree economiche nella storia del commercio e degli investimenti, di cui l’Italia potrebbe essere il primo beneficiario. Nel semestre di Presidenza il Governo si impegnerà a dare una svolta decisiva al negoziato. 

Non possiamo permetterci di aspettare i normali rituali di negoziazione: l’occidente ha bisogno di riprendere in mano coraggiosamente la guida dei processi di globalizzazione, anche in risposta alla questione degli approvvigionamenti energetici che sempre di più deve diventare una questione europea.

Nelle prossime settimane vareremo un piano straordinario per il Made in Italy con i seguenti obiettivi: 
a) l’aumento delle imprese stabilmente esportatrici di almeno 20.000 unità entro il 2015 attraverso iniziative di formazione su tutto il territorio e incrementando le figure professionalmente dedicate alle esportazioni,
b) il rafforzamento e razionalizzazione delle grandi iniziative fieristiche in Italia che oggi subiscono la competizione di manifestazioni straniere, 
c) la copertura di mercati che per la dinamica della domanda internazionale e/o per la chiusura di accordi di libero scambio rappresentano oggi un potenziale non ancora sfruttato. 

Questo piano sarà portato avanti in modo innovativo con strumenti diversi da quelli fino a ora utilizzati. Nel settore dei beni di consumo lavoreremo molto di più con la grande distribuzione internazionale e per quanto riguarda la filiera agroalimentare promuoveremo iniziative di contrasto all’Italian sounding e di comunicazione delle nostre indicazioni geografiche. 

Il 2015, con l’occasione dell’EXPO, dovrà essere l’anno dell’internazionalizzazione dell’Italia e anche per questo, nelle prossime settimane, presenteremo un disegno complessivo di potenziamento delle strutture che si occupano di internazionalizzazione a partire dall’attrazione degli investimenti. È semplicemente scandaloso che in Italia un investitore internazionale non sappia chi chiamare se ha un problema.

Finora la reazione delle imprese alla crisi è stata troppo individuale, episodica. Molti imprenditori ne stanno uscendo rafforzati, ma i casi individuali di successo non sono diventati una storia collettiva, non si sono diffusi quanto avrebbero potuto. La reazione positiva rimane così isolata, la sua geografia a macchia di leopardo, l’emulazione di esempi di successo è limitata e le strategie non si fanno sistemiche. Dobbiamo spingere le nostre imprese a fare il salto di qualità: a internazionalizzarsi, a fare ricerca, a innovare prodotti e processi produttivi.

Dobbiamo diffondere un’idea positiva che non è retorica buonista né facile elargizione di un illusorio ottimismo. La forza del nostro Paese non sta solo nei ristoranti e negli alberghi pieni. La forza del nostro Paese sta soprattutto nelle fabbriche che esportano, che investono, che innovano, che assumono. Questa è la ricchezza dell’Italia, questo è ciò che ci ha consentito di raggiungere il nostro benessere.

Tutto il Paese deve entrare nell’ordine di idee che la proiezione internazionale non è più un nice to have, ma è una condizione imprescindibile per la crescita. L’elemento discriminante, per imprese e paesi, tra chi va bene e si sviluppa e chi invece non ce la fa ed è destinato al declino. Per questo l’internazionalizzazione sarà al centro dell’attività del mio Ministero ma deve diventare una forma mentis per tutto il Paese. 

I mercati hanno ripreso ad avere fiducia nell’Italia. È arrivata l’ora anche per noi di condividere questo atteggiamento. I capitali stranieri stanno prepotentemente tornando a investire, come dimostrano il successo delle quotazioni di aziende collegate al Made in Italy e le molteplici acquisizioni negli stessi settori compiute da imprese internazionali. Credono al cambiamento e a una stagione di riforme economiche e istituzionali. Stupisce e amareggia che all’appello manchino gli investitori italiani: banche, risparmio gestito, assicurazioni, fondi pensione possono e devono crederci di più, tornando a investire nella struttura produttiva.


Fonte: Comunicato Stampa Ministero dello Sviluppo Economico 

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