Rapporto SACE sulle previsioni export

La crisi che colpisce il nostro Paese da alcuni anni è soprattutto una crisi da domanda interna e, come tale, sta colpendo in modo pesante le aziende orientate al mercato domestico. Le imprese che operano anche sui mercati internazionali reggono meglio, perché più solide in partenza e maggiormente in grado di riorientare la produzione verso le economie in crescita. La propensione all’esportazione è così diventata un indicatore, una proxy, del merito creditizio: nelle decisioni di concessione dei fidi, le banche tendono a discriminare favorevolmente le aziende che esportano e, al contrario, a penalizzare le imprese domestiche. 

Quando si parla di export ci si riferisce genericamente alle vendite oltre confine. Le statistiche evidenziano l’elevato numero di imprese esportatrici (più di 190.000) ma anche come spesso il fatturato all’esportazione sia estremamente modesto (meno di 100.000 euro). Ma cosa intendiamo esattamente per export? In particolare, le vendite nell’area euro e quelle oltre i suoi confini sono analoghe? La strategia è la stessa? 

Negli Stati Uniti, la vendita dei prodotti di un’impresa dell’Indiana a un’altra in California non è un’esportazione. Analogamente, nel mercato comunitario europeo siamo in presenza di una moneta unica, di un sistema tariffario omogeneo, di normative condivise. Anche la cultura e le preferenze dei consumatori sono simili e le distanze geografiche brevi. L’unica cosa che ci differenzia è la lingua, ma ormai tutti gli agenti economici operano in inglese. Non dovremmo quindi iniziare a considerare questi Paesi come “mercato domestico comune”?

Ci sono poi gli altri Paesi industrializzati, da tempo aggrediti commercialmente dalle nostre imprese, più lontani e difficili di quelli europei, ma con altrettante importanti affinità culturali, normative, e così via. Si tratta di sistemi economici consolidati, di sistemi politici e di governance più prevedibili e con rischi (si pensi a quello valutario) di più facile copertura sul mercato. Rimane un’ultima categoria che include i Paesi emergenti, i Paesi in via di sviluppo e anche i Paesi che presentano situazioni di conflitto bellico o che ne stanno uscendo con difficoltà. Sono questi i mercati dove SACE può fare la differenza.

Il Rapporto Export di quest’anno evidenzia come la performance di questi diversi gruppi di Paesi, negli ultimi anni, sia stata differenziata. Alla contrazione della domanda interna del nostro Paese si è sommato il calo della domanda del resto dei mercati europei; gli altri Paesi industrializzati hanno tenuto; l’unica area di aumento per le nostre esportazioni è stata quella dei mercati emergenti. Possiamo definire il commercio verso questo terzo gruppo di Paesi come il “nuovo export”.

La crescita dei Paesi emergenti e il progressivo catching-up nei confronti di quelli avanzati sono fenomeni storici, che durano ormai, salvo brevi parentesi, da un quarto di secolo. A metà anni Novanta la Banca Mondiale parlava di reverse linkage per indicare il crescente ruolo dei Paesi in via di sviluppo nell’economia

globale e la loro capacità di trainare la crescita dei Paesi più industrializzati. La crisi dei Paesi emergenti della fine del secolo scorso ha provocato un’ondata di pessimismo sugli effetti (presunti negativi) della globalizzazione su questi mercati. Nella realtà, la fase di espansione che si è aperta con il nuovo secolo è stata spettacolare, trainata dalla domanda di materie prime (commodity supercycle) da parte della Cina.

Queste dinamiche hanno ingenerato nuovo ottimismo sulla crescita dei Paesi emergenti e sulla loro capacità di compensare le crisi dei mercati avanzati, ottimismo che il nostro Rapporto dello scorso anno cercava di qualificare “il concetto di (Paese) ‘emergente’ non è solo legato al basso livello del Pil pro capite, ma al fatto che è basso perché le strutture politiche, sociali, regolamentari ed economiche sono ancora deboli e, come tali, possono essere la causa di grande incertezza e volatilità. Fino a dieci anni fa, questa era la norma; gli ultimi anni sono stati di crescita e stabilità; il futuro potrà riservarci altre sorprese, se ce lo aspettiamo come la estrapolazione del presente”.

Nei fatti, l’incertezza e la volatilità sono ritornate su questi mercati a partire dalla primavera del 2013, da quando le aspettative di un’inversione nella politica monetaria americana (il cosiddetto tapering) hanno fatto temere conseguenze pesanti per i Paesi emergenti, soprattutto per quelli con maggiori squilibri macroeconomici e più dipendenti dai flussi di capitale estero. La conseguenza è il forte deprezzamento di numerose valute delle economie emergenti.

Le preoccupazioni di un contagio globale, che potrebbe avere origine proprio nei Paesi emergenti, ritornano. Giuste o sbagliate che siano, queste aspettative sono difficili da modificare una volta che abbiano creato una certa spinta inerziale tra gli investitori: quando gli uomini (e gli investitori) sono liberi di fare ciò che vogliono, di solito imitano gli altri.

Negli anni, le banche d’affari hanno raggruppato i Paesi in via di sviluppo ed emergenti secondo svariati acronimi, mirati a creare nuove asset-class da offrire agli investitori (Brics, Mint, Civets, Next 11, Frontier Market), fatti propri dalla stampa specializzata. Nella realtà, cosa hanno in comune Brasile e Russia? India e Cina? Come nell’incipit di Anna Karenina, “tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro, ogni famiglia infelice lo è a modo suo”. Lo stesso vale per i Paesi: nei momenti difficili, le differenze diventano ovvie.

Le difficoltà della Cina stanno nella necessità di cambiamento di un modello di sviluppo e nella gestione degli squilibri provocati dalla forte espansione del credito del passato, con effetti sul tasso di crescita obiettivo (peraltro già rivisto al ribasso). In Brasile, l’atteso rallentamento del ciclo delle commodity si scontra con le crescenti aspettative della popolazione e il permanere di disuguaglianze sociali. L’India soffre della fase del ciclo elettorale e dell’incertezza che esso provoca, in un contesto di diffusa povertà aggravata da persistente inflazione.

In Russia stenta a formarsi una vera economia di mercato e la dipendenza dalle materie prime energetiche è fonte di ricchezza ma anche di distorsioni. I Paesi del Sud-est asiatico, che erano stati pesantemente colpiti dalla crisi del 1998-1999, mantengono fondamentali molto solidi con la parziale eccezione dell’Indonesia.

La Turchia ha problemi di inflazione e partite correnti, ma ha anche basso debito pubblico e un sistema bancario solido; attualmente è ostaggio del ciclo elettorale e di tensioni politiche. Il Messico presenta prospettive interessanti, al traino della crescita degli Stati Uniti e di una profonda riforma nel settore energetico. 

L’Africa, che nell’ultimo decennio ha finalmente interrotto il lunghissimo periodo di stagnazione che la contraddistingueva, continua a essere relativamente isolata dalla volatilità dei mercati finanziari, proprio perché finora ne è rimasta ai margini. Infine, il crollo del peso argentino, che ha scatenato la nuova ondata di volatilità di inizio 2014, non è una sorpresa: semmai era sorprendente la sua ostinata difesa in una situazione di inflazione galoppante ed esplosione del cambio parallelo.

Così come avevamo cercato di qualificare l’ottimismo sulla crescita di questi mercati l’anno passato, ora che gli investitori dimostrano preoccupazione, vale la pena di qualificare il pessimismo. I Paesi emergenti non sono il “Bengodi”che gli asset manager ci propongono, ma nemmeno lo spauracchio che questa congiuntura rischia di creare: in molti casi i fondamentali economici rimangono solidi; la crisi valutaria in corso può finalmente spingere le autorità a introdurre quelle riforme che da tempo sono necessarie; la chiusura dei cicli elettorali in molti Paesi potrebbe permettere di ricreare quella stabilità politica che è fondamentale per attirare investitori esteri.

Non esiste una “trappola dello sviluppo per i Paesi a medio-reddito”, come da alcune parti oggi si ipotizza, a patto che lo sforzo di riforme non si arresti. Questi mercati continueranno quindi a rappresentare la migliore opportunità di generare “nuovo export” per le nostre imprese: lo sforzo di investimento che essi stanno portando avanti, soprattutto nel settore manifatturiero, rappresenta un’ ottima occasione per le nostre tecnologie; la crescita di una classe media, che continuerà in futuro, alimenterà la domanda dei prodotti del Made in Italy.

Le imprese che operano su questi mercati devono però sapere che, come si ricordava nel Rapporto dell’anno scorso, “operare su scala globale richiede la capacità di gestire i rischi cross border… gli strumenti a disposizione per ridurre il rischio sono molteplici, ma il loro utilizzo implica la presenza in azienda di funzioni specializzate”. La dimensione d’impresa è fondamentale perché con essa si ottiene l’accesso ai mezzi finanziari necessari, si attirano capacità manageriali di livello internazionale, si possono elaborare strategie industriali di ampio respiro e lungo termine.

Nello sforzo costante di aiutare le imprese italiane in questo percorso di crescita sui mercati più difficili ma anche di maggiore potenzialità, SACE ha introdotto a inizio 2014 un Servizio di Advisory che permette alle aziende di valutare appieno: la coerenza dell’approccio ai singoli mercati emergenti; la solidità delle strutture finanziarie e assicurative a supporto delle singole iniziative commerciali o di investimento; la qualità dei rischi presenti in portafoglio e prospettici (rischio di credito, politici, normativi, ambientali e così via). Attraverso il Servizio di Advisory, le aziende potranno meglio comprendere le opportunità offerte dai prodotti assicurativi e finanziari di SACE e utilizzarli in modo efficace a supporto dei loro processi e delle loro strategie di internazionalizzazione.


Fonte: Premessa Rapporto Export SACE 2014 - 2017 di Raoul Ascari Chief Operating Officer

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