L'Alleanza del Pacifico elimina i dazi

Durante il summit di Cartagena, i presidenti dei quattro Paesi membri (Cile, Colombia, Messico e Perù) hanno firmato un documento che accelera il processo di integrazione commerciale. La Costa Rica sarà il prossimo partner, mentre è in lista di attesa il Panama

Con la firma del protocollo addizionale all’accordo quadro dell’Alleanza del Pacifico durante il summit di Cartagena (Colombia), i quattro presidenti di Cile, Perù, Messico e Colombia, gli attuali membri del blocco, hanno compiuto un ulteriore passo in avanti nel processo di consolidamento della loro collaborazione.

Il documento stabilisce, infatti, l’eliminazione dei dazi doganali al 92 per cento dei prodotti. Il restante 8 per cento riguarda prodotti agricoli, che verranno eliminati progressivamente e a “breve termine”, stando alle parole del presidente colombiano Juan Manuel Santos. Per Santos il protocollo firmato permette una maggiore dinamizzazione dello scambio commerciale e una maggiore competitività delle quattro economie.

Nata poco più di un anno e mezzo fa, l’Alleanza del Pacifico si propone come una vera e propria istituzione per il commercio con l’Asia per la regione latinoamericana e non solo, dato che tra i Paesi osservatori figurano anche Francia, Spagna, Portogallo, Finlandia, Israele e Marocco, dal lato occidentale, e Singapore ed India dal lato orientale del pianeta. Il blocco, inoltre, sta crescendo in fretta. Già sono stati eliminati i permessi di ingresso per i cittadini dei quattro Paesi alleati, il che ha fatto sì che il numero dei turisti colombiani che nell’ultimo anno hanno visitato il Messico sia cresciuto del 68 per cento e che provenga dal Perù il maggior numero di turisti che visitano il Cile. In vari Paesi, si sono formate delegazioni diplomatiche e sono stati aperti uffici commerciali condivisi: Colombia e Cile condividono le ambasciate in Ghana, Marocco e Algeria, Messico e Colombia sono rappresentate da un solo ufficio a Singapore e lo stesso avviene per Perù e Colombia in Vietnam.

La forza del gruppo è costituita, in termini quantitativi, da una popolazione che supera i 200 milioni di abitanti e che rappresenta il 36 per cento del Pil latinoamericano e il 50 per cento del commercio regionale. Inoltre, i quattro Paesi sono oggi le economie latinoamericane maggiormente in crescita, a tassi che vanno dal 4 al 6-7 per cento annuale. La firma dell’accordo, secondo gli esperti, dovrebbe generare, solo in Colombia, circa 40 mila posti di lavoro.

Vari Paesi hanno chiesto di farne parte. Il prossimo socio sarà infatti la Costa Rica, la cui presidente,Laura Chinchilla, ha firmato il documento che dà inizio al processo di adesione, che prevede di stabilire trattati di libero commercio con tutti i soci. In lista di attesa figura poi il Panama. 

L'Alleanza del Pacifico ha una doppia valenza. Da un lato, dinamizza anche gli altri processi di integrazione che forse vanno troppo a rilento e non hanno messo in moto granché delle opere infrastrutturali necessarie per collegare la regione (corridoi stradali, porti, aeroporti, ferrovie e allaciamenti energetici). Dall’altro, punta ad approfittare delle opportunità che offre un mercato che sempre più si dirige verso l’oriente asiatico. I porti latinoamericani sono, da questo punto di vista, un trampolino importante anche per il resto dell’Occidente che ha bisogno di stabilire una rotta conveniente per raggiungere detti mercati. Ben lo ha compreso la Spagna che segue attentamente l’evoluzione dell'Alleanza.

Esiste qualche elemento di sfiducia nei confronti del blocco, provocato probabilmente più dall’orientamento ideologico dei quattro governi (anche se in Cile a partire da marzo torna al potere il centrosinistra), tendenzialmente più liberali, almeno nella prassi economica, e manifestato dallo scarso interesse dimostrato da Brasile, Argentina e Venezuela, ad esempio, o dalle critiche del presidente boliviano Evo Morales. Ma possibilmente ciò è legato più alla scarsa comprensione dei tempi che un processo di integrazione suppone che ad argomenti di peso. Dar vita a istituzioni senza poi dotarle degli strumenti necessari, come è successo al Mercosur o al progetto Bansur (banca di sviluppo per il Sudamerica), aggrappandosi solo alle sintonie ideologiche, non presta un buon servizio al progresso ed allo sviluppo.

Certamente, il mercato non è per sé stesso la sola ricetta per raggiungere lo sviluppo. Ma è pur vero che è impossibile farlo senza il mercato. In fin dei conti, le basi dell’Unione Europea, che con tutti i suoi limiti è il più riuscito esperimento di integrazione, sono partite da un accordo relativo al commercio del carbone e dell’acciaio (la Ceca).

Fonte: articolo di Alberto Barlocci del 20/02/14 pubblicato su Città nuova

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