L'Asia orientale attraverso le crisi

SACE Working Paper n.17
Il presente lavoro nasce con l’obiettivo di analizzare e rispondere ai crescenti interrogativi, condivisi da molti analisti, sul possibile profilarsi di una nuova “crisi” per i paesi asiatici analoga a quella che li colpì nell’estate del 1997: siamo oggi di fronte a quello che molti osservatori hanno già ribattezzato “Asia vu”?

Per rispondere a questa domanda e delineare le prospettive future per la regione asiatica, si ripercorrono le cause determinanti la crisi, confrontandole con la situazione presente. In questo quadro si approfondisce inoltre il ruolo della Cina e gli impatti a livello regionale connessi al suo rallentamento.

Introduzione 
Stiamo per entrare nel settimo anno della crisi che, iniziata nell’estate del 2007, continua ad attanagliare l’economia globale e di cui non si conoscono ancora gli esiti. Questa ultima fase, almeno da un punto di vista temporale, è caratterizzata dalle paure di un possibile “hard landing” (forte contrazione economica) dei paesi emergenti, considerato come il secondo epicentro della crisi globale. 

Sebbene queste economie continuino a registrare tassi di crescita nettamente superiori rispetto a quelli dei paesi industrializzati, negli ultimi anni hanno evidenziato un rallentamento. Ad esasperare i timori circa le loro previsioni di crescita, è intervenuta la paura di un possibile cambiamento di indirizzo della politica monetaria statunitense, provocando una generale fuoriuscita di capitali esteri, inasprimenti delle condizioni finanziarie e deprezzamenti valutari. 

Le banche centrali dei paesi avanzati ed in particolare la Federal Reserve (“Fed”), nel tentativo di ridare un minimo di stimolo alle proprie economie hanno intrapreso politiche monetarie ultra espansive: il cosiddetto Quantitative Easing (“QE”). La liquidità immessa è affluita verso quei paesi per i quali si ritenevano che le prospettive di crescita fossero maggiori: i paesi emergenti. 

Improvvisamente, nella scorsa primavera, si è avvertito il timore che la Fed potesse improvvisamente ritirare questa liquidità dai mercati (cd. tapering). I mercati che più ne avevano beneficiato diventano, per effetto della fuoriuscita di capitali, i più colpiti. 

Complessivamente l’impatto è stato gestito positivamente da gran parte delle economie emergenti, ancorché l’effetto su alcuni paesi sia stato amplificato da problemi strutturali interni, quali deficit di parte corrente e pressioni inflazionistiche. Rimane, però, la preoccupazione di cosa potrà accadere quando il programma di QE verrà definitivamente accantonato. 

La liquidità è stata la principale risposta della politica monetaria alla crisi; il suo ritiro potrebbe divenire quindi un elemento di ulteriore instabilità per tutti quei paesi che ne hanno beneficiato. 
Oggi, i maggiori timori si concentrano sull’Asia orientale. 

La domanda ricorrente, che si fanno oggi molti analisti, è se di fronte a noi possa esserci un “déjà vu”, ossia uno scenario uguale o simile a quello verificatosi nell’estate del 1997. L’opinione pubblica ragiona sempre in termini di similitudini, ricercando nella storia gli eventi che possano aiutarci a capire quello che abbiamo di fronte. Ma per dare una risposta occorre ripercorrere le cause che hanno portato alla crisi dei paesi asiatici (cd. crisi delle “Tigri Asiatiche”) e confrontarle con la situazione presente.


Fonte : SACE - Il paper è stato realizzato da Andrea Pierri con i contributi di Raoul Ascari. Un ringraziamento particolare va ad Alessandro Terzulli e a Maddalena Cavadini.

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