Italian Quality : l'Italia si muove per un marchio proprio

di Maria Silvia Sacchi
Ora che l’obbligo del made in ha superato il primo scoglio in Europa, giovedì scorso 17 ottobre, l’appuntamento prossimo è fissato per venerdì 25 ottobre con il gruppo di lavoro del Consiglio che inizierà a esaminare il dossier in vista della Plenaria che dovrà votare il mandato al Parlamento europeo per affrontare il regolamento con il Consiglio. 

Il voto in Parlamento era in calendario per l’11 dicembre, ma non si sa se questa data sarà rispettata. L’etichetta di origine si applicherà sia ai prodotti realizzati all’interno dell’Unione europea sia a quelli importati nella Ue e chi produrrà in Europa potrà scegliere tra l’indicare il Paese esatto (per esempio, made in Italy), oppure il mercato più in generale (made in Europe). 

Sono esclusi alimenti e farmaci che hanno altre legislazioni. Il riferimento per definire il made in è la normativa doganale e, dunque, l’ultima trasformazione sostanziale. L’etichettatura di origine è stata inserita all’interno del regolamento sulla salute e sicurezza dei prodotti e per questo l’accento sarà più sulla realizzazione dei prodotti che sulla loro ideazione. I commenti finora (perché la questione non è semplice come appare a prima vista) sono tutti positivi. Plaude Confindustria, per voce di Lisa Ferrarini. Plaudono Altagamma, con il vice presidente Armando Branchini; la Camera nazionale della moda italiana con il presidente Mario Boselli; Confartigianato con il presidente Giorgio Merletti.

La battaglia del made in, iniziata ormai molti anni fa e finora senza esito, fa, però, riflettere su ciò che sta accadendo sui vari mercati, e cioè sul ritorno all’industria dopo l’era della finanza. «Non c’è dubbio che sia in corso una profonda riflessione sul ruolo del manifatturiero», dice Valeria Fedeli, vice presidente del Senato e per molti anni a capo del sindacato dei tessili europei. È in questo ambito che si pone il disegno di legge per l’istituzione del marchio Italian Quality per il rilancio del commercio estero e la tutela dei prodotti italiani, di proprietà dello Stato e previsto dal disegno di legge d’iniziativa dei senatori Fedeli (Pd), che ne è prima firmataria, Mucchetti (Pd), Susta (Scpi) e Pelino (Pdl).

«La soluzione dell’attuale problema passa essenzialmente da una ripresa della produzione industriali e dei servizi», spiega la relazione introduttiva al Ddl. Si è scelto di non utilizzare il termine «made in Italy» proprio per non fare confusione con quello che fa riferimento alle normative doganali. L’Italian Quality, infatti, è volontario e «chiede di più»: il prodotto deve aver subito nel territorio italiano almeno una operazione ulteriore e precedente l’ultima trasformazione.

Lo scopo è chiaro: mantenere e, anzi, attrarre produzioni in Italia, aumentando così i posti di lavoro. Il modello è il marchio collettivo tedesco. Ma lo stesso Marque France in corso di costruzione in Francia va in questa direzione.

Secondo una ricerca dell’Ufficio studi di Confartigianato condotta su dati Eurobarometro, un cittadino europeo su 3 sceglie cosa acquistare sulla base dell’origine dei prodotti riportati in etichetta. In Italia l’attenzione all'origine dei prodotti riguarda 25 milioni di persone. Per ora bisogna attendere il varo definitivo. 

Fonte : sito ufficiale Moda Corriere della Sera

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