La trasformazione degli scambi: dall’export all’internazionalizzazione

Il commercio internazionale è cambiato in modo profondo, tanto che gli studiosi parlano sempre più spesso del nuovo paradigma della concorrenza internazionale. Nel vecchio paradigma, per intenderci, lo scambio avveniva tra beni (spesso di tipo finale).

Fonte : Baldwin (2006)
La produzione di beni era concentrata da un punto di vista geografico e integrata verticalmente all’interno dell’impresa. La divisione del lavoro aveva luogo nell’impresa o all’interno dei suoi singoli stabilimenti. Nel nuovo paradigma i processi produttivi sono sempre più frammentati nelle loro funzioni, che sono svolte da diverse imprese in diversi paesi.

Si ha il fenomeno del cosiddetto great unbundling dei processi produttivi. In questo modello l’integrazione verticale della produzione ha luogo in diverse aree, con un’importanza crescente delle funzioni della logistica, della strategia e pianificazione che sono richieste per mantenere il processo produttivo efficiente. Gli scambi non sono più tra beni ma tra mansioni (o task nella terminologia anglosassone). Aumenta la rilevanza dei prodotti intermedi e si sviluppano sempre più le Catene Globali del Valore (CGV). Il processo è anche definito integrative trade, in quanto esso integra il commercio tradizionale, basato sulle esportazioni, con tali catene del valore.

L’internazionalizzazione diventa più complessa (ad esempio, outsourcing, offshoring); l’export ne è un aspetto, importante ma non più il solo e fondamentale. Assumono una rilevanza sempre maggiore formule come gli accordi di alleanza strategica (come, ad esempio, le joint venture oppure la condivisione di servizi o dell’attività di distribuzione), gli investimenti di tipo greenfield o brownfield fino a operazioni di fusione o acquisizione cross-border. 

La maggiore integrazione dei mercati e i processi di ristrutturazione dell’industria hanno fatto aumentare l’importanza delle M&A cross-border che, a livello globale, sono diventate una componente rilevante degli Investimenti Diretti Esteri (IDE) e rappresentano uno dei modi più veloci per entrare in un mercato estero; l’impresa acquirente può disporre senza attendere tempi lunghi delle attività immateriali e della massa critica in termini produttivi. 

Il fenomeno dell’internazionalizzazione è tuttavia in continuo mutamento e non è unidirezionale; le destinazioni degli investimenti esteri possono cambiare nel tempo. Si inizia a parlare oggi di backshoring/nearshoring3 per definire il ritorno degli investimenti produttivi nei paesi industrializzati ossia la riallocazione, totale o parziale, della produzione e dell’approvvigionamento di input o nel paese di originedell’attività, oppure in paesi geograficamente più vicini rispetto a quelli in cui si era investito inizialmente.

Occorre però precisare che tali processi riguardano quelle delocalizzazioni volte alla ricerca di minori costi produttivi. Al contempo, molte grandi aziende dei paesi emergenti, vere e proprie multinazionali, investono su scala globale, anche nei mercati dei paesi industrializzati.

Nel nuovo paradigma cambia anche il ruolo delle politiche di supporto, che non possono più concentrarsi solo sul momento finale dello scambio (il prodotto finito), ma devono avere presenti tutte le problematiche connesse alle scelte di localizzazione della produzione e di direzione degli scambi di beni e di task. Il primo paese a capire questa nuova esigenza è stato certamente il Giappone, che ha visto nella regione dell’Asia orientale una grande piattaforma produttiva per le proprie aziende, accompagnate in questo processo attraverso una serie di strumenti assicurativi e finanziari innovativi.

Working paper SACE n.16
13 settembre 2013

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